UnArchive: perseverare è diabolico, ma è bello
di Vincenzo Vita
Presidente AAMOD Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
Il festival del riuso riparte in quarta. È la quarta edizione, appunto, di un’iniziativa cresciuta negli anni e diventata un riferimento del found footage, raffinata estetica capace di aggirarsi nei meandri del tempo. Quest’ultimo non è un universo quantitativo, bensì un incrocio di memoria e di supposta contemporaneità, di segni prefiguranti e di tracce aliene. Di grandezze e di orrori. Raccogliere e inserire nei circuiti cognitivi simile patrimonio di film – spesso straordinari e tuttavia sottovalutati dal pensiero unico – costituisce un valore: in sé e per sé. Le culture e i saperi sono un bene comune, da restituire alla fruizione collettiva consapevole, attraverso transiti e faglie non riconducibili a mere sequenze della coercizione seriale omologante. Paradossalmente, per realizzare la pratica dei beni comuni, è necessario non cadere nelle lusinghe del senso comune. Decenni di televisione generalista commerciale e di produzioni immaginate pressoché esclusivamente per le piattaforme delle Big Tech hanno disabituato a fare i conti con la complessità dei messaggi artistici, così lontani dalla dittatura della contemporaneità. In una stagione illuminata da colori scuri e opachi, UnArchive vuole contribuire ad accendere fuochi di passione trasformativa, nonché ad allargare i punti e gli sguardi della visione con qualche raggio di sole. Oggi la memoria è sotto attacco, con i tagli inferti ai finanziamenti pubblici e con le censure dirette o indirette; e con lo sbarco nel nostro immaginario dei mostri creati da intelligenze artificiali non guidate da una scienza democratica. Il Tecnofeudalesimo dei cosiddetti Over The Top è immanente, ma noi non ci arrendiamo. A chi tuona con i droni dell’ipervelocità e con la post-umanità dei robot, con le scorie radioattive della sorveglianza e della repressione rispondiamo con le campane (invincibili) della Storia audiovisiva. Siamo poveri, ma forse belli.
Archivio bene comune: un’occasione per ciò che può ancora accadere
di Luca Ricciardi
Direzione organizzativa
I patrimoni filmici (lo dichiara innanzitutto l’UNESCO) costituiscono uno dei “beni” essenziali a preservare la memoria collettiva, valorizzare la diversità culturale e facilitare il libero scambio di idee. Va inoltre considerato il ruolo sempre più necessario di “argine” che il lavoro degli archivi costituisce di fronte all’imperversare delle cosiddette post-verità. La parabola del digitale, infatti, da un’iniziale speranza democratica, open source e mediattivista (Zavattini sognava un cinema di tanti per tanti), ha condotto all’assetto oligarchico di poche piattaforme globali che raccolgono e ci mostrano immagini secondo algoritmi opachi e politicamente orientati; e ancora, con l’esplosione capillare delle intelligenze artificiali, constatiamo una nuova forma di privatizzazione dei “mezzi di produzione”, tornati sotto il controllo di pochi giganti delle big tech, con codici proprietari e inaccessibili. Nuovi imperi e nuove macchine di potere alla conquista di nuove colonie: i nostri immaginari. È forse tempo di considerare le immagini un bene fondamentale non solo nella loro preservazione, accessibilità e fruizione, ma anche nelle possibilità di critica, riattivazione, rilocazione che singoli e comunità possono compiere appropriandosene – o riappropriandosene, proprio come nel caso delle cinematografie decoloniali – per generare immaginari propri e non imposti. Disarchiviare, dunque, eccede la dimensione della pratica artistica per configurarsi come una più ampia postura critica: implica la sottrazione delle immagini alla loro integrazione nei dispositivi egemonici del sistema mediatico contemporaneo, la riattivazione delle stratificazioni e la rimessa in circolo delle energie politiche che esse veicolano e che continuano a interpellarci. Le opere di found footage e di riuso dell’archivio – anche dei cosiddetti archivi del presente – offrono infatti riletture non monumentali, complesse, plurali, critiche, capaci di restituire visibilità alle marginalità e di proporre nuove narrazioni escluse dal canone ufficiale. Per tali ragioni i patrimoni audiovisivi, accessibili e riutilizzabili, non possono non ricadere, oggi più che mai, nel novero di quelle risorse immateriali, di proprietà pubblica o privata, che una comunità si assume la responsabilità di curare, gestire, ma anche di rielaborare e rigenerare per il benessere collettivo: i beni comuni. Le pratiche di archiviazione e di disarchiviazione coinvolgono un vasto ambito di competenze e attività: istituti di conservazione, archivisti e documentalisti, curatori e programmer, studiosi e ricercatori, enti di formazione, autori, artisti, produttori, distributori, fornitori di tecnologie e servizi. Le realtà coinvolte in questo campo sono numerosissime in Italia e nel mondo, ma spesso rinchiuse in comparti che non dialogano tra loro: da un lato quello della conservazione e gestione dei materiali d’archivio, dall’altro quello della produzione e del riuso.
L’archivio, bene comune per un cinema che danza
di Marco Bertozzi, Alina Marazzi
direzione artistica
La quarta edizione di UnArchive si presenta come uno spazio vivo di attraversamento, incontro e trasformazione delle immagini. Un luogo in cui il cinema torna a interrogare se’ stesso, le proprie storie e le proprie possibilità future attraverso il gesto tanto semplice quanto radicale del riuso creativo delle immagini d’archivio. Anche in questa edizione, il Festival prova a scardinare il continuum cronologico della storia del cinema, il suo rassicurante viaggio estetico-industriale, per condurci in vagabondaggi archeologici colmi di sintomi inesplorati. Fuori dalla memoria tradizionale, negli angoli dimenticati dai generi, l’errabondo vagare tra immagini e suoni abbandonati incontra una storia ai margini, aliena al cinema già mappato. Creazioni diacroniche, profezie retrospettive dell’arte maestosa delle immagini perse e buttate via, in una tragica e sublime flanerie dell’occhio belva. In quanto orizzonte di confine, il found footage lavora sulle soglie, sulla disgiunzione delle leggi acquisite, in una continua riflessione sulla perdita e sull’impossibile ritorno all’origine. La conferma che nessuna identità chiusa va bene, che nessuna “vera” origine è possibile. Nostro resta questo itinerario senza meta, pronto a farci stupire ancora, fuori dai connotati della cronologia, della razionalità, della metafora diretta e senza scampo. Siamo rabdomanti alla ricerca di rivisitati cine frammenti, e proprio perché il pensiero frammentario è messa in crisi del pensiero sistematico, l’ecosistema culturale di UnArchive prova a sondare alternative alla storia teleologica del cinema. Nelle peripezie dei film e delle performance di questa edizione stanno poche utopie e nessuna redenzione, quanto il tentativo di cogliere le urgenze del presente attraverso frammenti di passato, coniugando il locale con l’internazionale, l’autobiografico con il collettivo, senza confini o gerarchie piramidali. Le immagini sono oggetti temporali: cambiano insieme a chi le guarda e mentre il mondo corre verso il precipizio e l’apocalisse del linguaggio è già in corso, il nostro “inutile” Festival non è soltanto un luogo di proiezione, ma uno spazio in cui la società riflette sul proprio rapporto con la memoria, con la storia, con le narrazioni del presente. Uno spazio critico. Uno sguardo collettivo. Un luogo in cui imparare a guardare. Non semplicemente a vedere, ma a interrogare, a dubitare, a comprendere i processi attraverso cui le immagini, e il mondo che rappresentano, costruiscono senso. Per questo, oggi più che mai crediamo nel valore dell’archivio come bene comune, un bene materiale quanto immateriale, capace di viaggiare attraversando liberamente confini geografici ed estetici, motore incessante di creatività cinematografica e di riflessione politica. Ce lo confermano le pratiche di riuso in atto nei film che ci giungono dai diversi angoli della terra e che trovano spazio nelle sezioni del festival. Storie personali e storie collettive dialogano sullo schermo creando relazioni trans-temporali e connessioni “spaziali” inattese. Nelle sezioni competitive dedicate ai lunghi e ai corti tornano alcuni amati e riconosciuti autori e autrici di cinema di found footage quali Maryam Tafakory, Miranda Pennel, Tomasz Wolski, Radu Jude, Bill Morrison, Sylvain L’Espèrance, affiancati da altri filmmaker che portano per la prima volta il loro cinema ad UnArchive. Si viaggia in mezzo ad archivi argentini o libanesi, fotografie ritrovate in Cile o in Finlandia, videocassette amatoriali e home movies digitali, pellicole rimaste sopite per decenni e ora montate in rinnovate narrazioni, per compiere insieme una vera e propria “marcia comune” attraverso il Cinema. Le Frontiere e i Panorami Italiani sono abitate da film che mettono in crisi sia l’idea di frontiera, geografica ed estetica, sia la rappresentazione-veduta da cartolina del bel paese. E inauguriamo Urban Footage, una sezione che riflette sugli immaginari urbani attraverso la ri-appropriazione di materiali d’archivio, quest’anno dedicata alla città di Montreal. Le Proiezioni Speciali ospitano evidenze filmiche preziose sulla “lunga strada” compiuta dalle registe donne, così come diari e testimonianze di un maestro come Roberto Rossellini. Best of Fest consolida le collaborazioni con altri festival internazionali di cinema di found footage offrendoci il Remake “a cuore aperto” di un grande autore del cinema in prima persona, Ross McElwee. Poi rendiamo omaggio a Giuseppe Bertolucci, un regista eclettico e sperimentatore curioso che, a fine anni ’90, si era confrontato con il lavoro d’archivio. La retrospettiva curata da Philippe-Alain Michaud, Direttore della Collezione di Cinema Sperimentale del Centre Pompidou, è quest’anno dedicata all’artista Cécile Fontaine che – anche protagonista di una masterclass – con i suoi collage e décollage di frammenti di pellicola trattata a mano fa esplodere sullo schermo pirotecniche visioni, in corrispondenza con le Coreografie d’Archivio dedicate alle “danze” d’archivio. Ci pare inoltre necessario continuare la riflessione iniziata nel 2025 intorno all’uso dell’intelligenza artificiale nella pratica del riuso d’archivio, dedicando una sezione a lavori che integrano archivio con AI. Come di consueto, UnArchive dilaga anche al di fuori della sala cinematografica, coinvolgendo spazi attigui al cinema con installazioni e live performance, confermando l’attitudine sperimentale del Festival. Accade così che Jonas Mekas incontri Elvira Notari e che cartoon d’epoca duettino danzando con le “cartoline cinematografiche” di un secolo fa. Perché il “significato profondo” delle immagini non è qualcosa di stabile o definitivo, ma una forma di memoria potenziale, una promessa di senso ancora aperta. In un mondo saturo di immagini, imparare a relazionarci criticamente con quelle esistenti significa innescare atti di pensiero capaci di sottrarsi alla semplice nostalgia mediale, per entrare in dialogo con le urgenze del contemporaneo. Intrecciare orizzonti filmici e paesaggi sonori, farne territori porosi, aperti al frammentario quale agente di estraniazione alle mitologie del presente: UnArchive Found Footage Fest è anche questo.
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